Sala Stampa F1

Essere Senna.

Se la Formula 1 fosse un libro, sarebbe uno di quei vecchi volumi, nascosto in una biblioteca polverosa, pagine su pagine scritte attraverso la memoria per rievocare imprese sfumate, manovre impossibili, vittorie commoventi e successi capaci di entusiasmare, facendo del pilota un simbolo che sconfina oltre le competizioni, un eroe, una leggenda.

Emozioni forti, figlie inconsapevoli dell’altra faccia della medaglia di uno sport duro e pericoloso, una faccia triste, cupa e in cui tanti Piloti hanno pagato il tributo più caro di tutti per rincorrere il sogno della loro vita.

Perché accettare simili rischi allora, per pazzia, per esaltazione, per incoscienza ?

No, nulla di tutto questo, si tratta di passione e di sogni, non esistono mezze misure, non si può gareggiare senza puntare al massimo delle possibilità, correre significa inseguire un sogno e i sogni non accettano compromessi.

Ayrton Senna era solito dire: Se una persona non ha più sogni non ha più alcuna ragione di vivere, sognare è necessario, per me è uno dei principi della vita anche se nel sogno va intravista la realtà.”

Già proprio Ayrton e quel sogno divenuto un’ossessione chiamata Williams, soprattutto dopo le ultime deludenti stagioni in McLaren, la migliore auto con il miglior Pilota, per puntare a scalare la vetta dell’Olimpo, in alto con Juan Manuel Fangio (5 Titoli Mondiali) e placare quella voglia di primeggiare, di vincere, divenuta un’ossessione per l’ultimo nostalgico Ayrton, sempre più silenzioso, sguardo triste e malinconico, perso nei tanti pensieri, concentrato e con tanta voglia di superare i limiti ma che abbiamo imparato ad amare cercando di coglierne tutte le sue sfumature.

Appariva schivo e timido fuori la pista, mentre ogni qual volta abbassava la visiera del casco diventava spietato e senza scrupoli, sembrava quasi che avesse una doppia personalità, l’Ayrton uomo era così discordante dal Senna pilota, eppure questo mix così esplosivo l’ha fatto avvicinare più che mai, anche ai non appassionati di Formula 1.

Ognuno nella vita ha diritto ad una chance” o “La mia responsabilità è più grande verso i giovani, i bambini, perché da parte loro avverto grande affetto e ammirazione, e questo mi spinge a lottare ancora di più per dare loro qualcosa di speciale”, parole del Senna uomo, tra le sue più belle, concretizzate con l’istituzione della fondazione che ancora oggi porta il suo nome, quello che non amava pubblicizzare le opere di beneficenza, che in forma strettamente anonima faceva, donando agli orfanotrofi brasiliani e aiutando i più bisognosi.

E l’Ayrton pilota, odiato da molti per la sua cattiveria agonistica, per il suo essere brutale in pista e non mandarle certo a dire, quando c’era in ballo la vittoria, in una sua famosa citazione si capisce quanto fosse ossessionato dalla vittoria Io voglio vincere sempre e l’opinione secondo cui la cosa importante è competere è un assurdità, arrivare secondo significa soltanto essere il primo degli sconfitti

Non era un tipo facile, ma riusciva a spiegare con parole semplici quello che sentiva, quello che provava anche quando, di fronte al mondo intero, come a Suzuka nel 1991, ammise che un anno prima Prost e la Ferrari li aveva buttati fuori pista volontariamente  “non per vendicarmi, ma per fare giustizia”.

Ma Ayrton non poteva sapere che il destino si sarebbe fatto beffa di lui e quello che poteva e doveva essere un sogno si trasformò ben presto in un incubo, con un finale tragico, in una maledetta data che ha cambiato il Circus per sempre e di fatto spianò la strada alla F1 moderna.

Senna e la Williams un connubio che avrebbe potuto e dovuto non avere rivali per chissà quante stagioni, eppure la realtà fu ben diversa a causa della rivoluzione regolamentare voluta dalla Federazione che di fatto limitò gli aiuti elettronici, bandendo sospensioni attive e controllo di trazione.

Ayrton di quell’auto non riusciva a venirne a capo, la FW16 logica evoluzione di quella Campione del Mondo 1993, con al volante l’acerrimo nemico di tante battaglie Alain Prost, perse la sua supremazia, diventando difficile da guidare, scorbutica e dall’abitacolo stretto e poco comodo

Profetiche furono le parole di Ayrton dopo un Test al Paul Ricard ad inizio 1994: Guidare le monoposto senza sospensioni attive non solo è più difficile e faticoso, ma anche più pericoloso, sono macchine molto veloci, sarà una stagione micidiale e sarà una fortuna se qualcuno non si ammazzerà.

E raccogliendo storie che hanno sfiorato il suo destino, riaccendendo le suggestioni che egli stesso ha evocato siamo qui a riannodare il filo di una storia unica, la pioggia amica che consola la fatica, la voce prestata a un ragazzo perduto nel sonno del coma, le solitudini e i tanti conflitti interiori, la Bibbia che teneva sempre con sé anche durante quell’ultimo suo weekend di Imola e che lesse pure la mattina di quel maledetto 1 Maggio 1994, e dove in essa si diceva che, quel giorno, avrebbe ricevuto da Dio il dono più grande: ossia Dio stesso.

Una fede incrollabile e mai nascosta, che fece sbottare perfino il suo rivale storico Alain Prost che, nel corso della loro rivalità in una intervista affermò: “Ayrton pensa di non poter morire perchè crede in Dio“.

Una fede così forte che si tramutò in misticismo quando al Gp del Giappone del 1988, anno del suo primo titolo mondiale, disse: «Ho visto Dio accanto a me sullo schieramento di partenza», ma si arrabbiava quando qualcuno ironizzava sulla sua fede: «Io non sono imbattibile per la mia fede in Dio, ho detto soltanto che Dio mi dà la forza e che la vita è un suo dono e siamo obbligati a mantenerlo con cura».

Dettagli che come lampi nella memoria illuminano la leggenda di Senna e ci restituiscono l’immagine definitiva del più grande eroe del Circus.

Senna è sempre stato protagonista di sfide memorabili, che gli hanno consegnato un posto nell’olimpo dell’eternità, magici sorpassi, gare mozzafiato anche sotto la pioggia torrenziale, lotte infinite a velocità ineguagliabile, la sua guida ha estasiato il mondo intero, le sue imprese eroiche continueranno a vivere e a tramandarsi di generazione in generazione.

Al cimitero di Morumbi a San Paolo del Brasile, tra l’erba, solo una piccola targa in rame, nessuna lapide, ma solo una manciata di fiori in diversi vasi di plastica, è qui che, da ormai quasi 27 anni, Ayrton riposa in pace, poche parole sulla targa: «Nada pode me separar do amor de Deus» (Niente mi può separare dall’amore di Dio).

Oggi nonostante la sua assenza Ayrton Senna sta vincendo l’ennesima sfida proprio contro il tempo che inesorabilmente passa, perché a distanza di tanti anni dalla sua morte, lui è più vivo che mai nel cuore dei suoi tifosi e di chi lo ha amato e non……lui appunto è sempre e solo Ayrton Senna, la leggenda.

Davide Cacciotto.